«Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe» ha mirabilmente scritto Fernando Pessoa.

Un sms di un amico traviato dalla politica, a me diretto, qualche settimana fa, imprudentemente recitava: «Conosco gente che a ottant’anni fa progetti, ama, spera.»
Lo scrittore Pessoa è scomparso un decennio prima dell’avvento del nazismo e dello stalinismo e non si sarebbe certamente meravigliato di apprendere che un ufficiale tedesco, disturbato dal pianto dirotto di un neonato, si risolse a strappargli, con un solo strappo, la testa dal collo.
Il cuore, il cuore, l’amore…..

La letteratura dell’uomo è un’immensa disfatta, un crollo buio che rimanda ad interminabili crimini, agli occhi dei quali, il cuore è solo un mondo ridotto all’assenso: per disamare il prossimo, nella tregua di un rispetto che consenta di sopportarsi a vicenda, occorre almeno conoscere la difficile arte di detestare se stessi.
Alla domanda che spesso mi viene rivolta, riguardo la mia ostinazione a dipingere il cuore, risponderò che il mio è solo un «bel modo» di scrutare, indagare, auscultare, come un cardiologo con un malato, il ritmo in apparenza monotono dei suoi battiti, e registrare il momento in cui il suo demone conclama, dall’angustia di una ubicazione di paesaggio chiuso dentro una sagoma breve e imperfetta, il non senso del mondo con cui si è segretamente imparentato.

Macinatore d’impasti d’ombra piuttosto che di luce, sembra riportarci continuamente alla nostra origine, alla nostra caduta: culla enigmatica, «battito adamico» viziato già alla fonte, sacro motore precipitato nel vuoto collasso del tempo.
Dipingerlo per rivedere la sua fisiologia in funzione di una possibile metafisica capace di riscattare il suo aspetto mostruoso, la sua chimica rossa, la sua incapacità a suggerire pensieri sereni: «tutte le secrezioni dell’anima, tutte le malattie della mente, tutto il nero della vita, e lo chiamano amore» (Guido Ceronetti)
Dipingere il cuore in un tentativo utopistico estremo che, - solo l’artista sa assumersi e mediare, - permetta di ricucire lo strappo assurdo tra spirito e materia, tra terra e cielo, e riequilibri oggettivamente la perdita di principi che affligge la condizione umana.

Ricomponendo l’unità tra l’io e non io l’artista è chiamato, - nell’essenza e nella potenza della poesia e dell’arte, - a trasformare il mondo e a congiungersi alla sua sostanza divina, che non è opera dell’aldilà, ma vita terrena aperta al mondo, potenziata, intensa.

È il giubilo greco di essere - nel mondo.
Nell’antica Grecia gli uomini, ed erano uomini virili e privi di remore, camminavano tenendosi per mano. Sta avanzando un tempo che necessita di spiritualità come pane novello, come salvagente calato nelle secrezioni dell’anima, tra le pieghe e le piaghe del vecchio cuore agonizzante. All’insegna di questa latitudine spirituale è ancora possibile dipingerlo nella calda emanazione di una luce primordiale che, attraverso la Grecia, si diffonde nelle corti del mondo, surclassando le dogane dell’odierno interesse per la scienza come scienza delle ambizioni malate e le cortine dove si contratta il mercato benedetto degli amori domestici.


Enrico Muscetra
giugno 2005

  Ex conceria Lamarque
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