Vittorio Sgarbi

Muscetra, fra presenza e assenza.
C’è un tema che più di ogni altro mi pare caratterizzare la ricerca espressiva più avanzata di Enrico Muscetra. E’ un’arte che si muove attorno a una sottile dialettica da cui deriva quasi una sfida per l’artista, un compito estremo nella sua difficoltà: rendere il segno della presenza umana attraverso l’assenza del corpo, o quanto meno del corpo nell’accezione più comune, visivamente riconoscibile, dotato di una struttura fisica, di una sua flagranza.

E’ chiaro che per giungere a questo obiettivo Muscetra debba avere alcune convinzioni. Bisogna credere innanzitutto alla spiritualità dell’uomo come a qualcosa di concreto, un’interiorità che possa manifestarsi anche come esteriorità, un’aura che non sia solo qualcosa di intuitivo o di teorico, ma che possa essere rappresentata da un artista, e in un senso che sia il meno possibile metaforico. Bisogna poi credere all’arte come mezzo privilegiato per cogliere e rendere concretamente questa spiritualità, strumento magico che riesce in un compito che altre discipline, a partire da quelle scientifiche, avrebbero potuto ritenere impossibili. Anche in questo modo si può notare quanto la sfida di Muscetra debba considerarsi estrema, volendo risolvere un’apparente contraddizione in termini: la sua arte è assolutamente spirituale, ma vuole essere quanto più concreta possibile.

Le soluzioni indicate da Muscetra per risolvere il problema sono opere che vengono concepite come vere e proprie passioni. Muscetra parte dal presupposto del corpo e lo sottopone a un processo di raffinazione alchemico assai sofisticato, per lasciare solo il segno dell’aura originaria. L’uomo fisico non c’è più, c’è la traccia della sua anima, certo più evanescente e impalpabile di quanto era il corpo, ma comunque dotata di una sua visibilità, come potrebbe essere un’impronta lasciata sulla sabbia, perfino di una sua materialità tattile, con un colore, forse memore dei monocromi acrilici di Klein, che si aggruma per offrirsi alla luce non come superficie uniforme, ma come sottile difformità che determina diverse rifrangenze, diverse minime variazioni plastiche.

E’ una nuova dimensione quella introdotta dall’arte di Muscetra, nella quale il limite che distingue il possibile e l’impossibile, il reale e l’immaginario, diventa fragilissimo. Nel processo di rarefazione, nella spiritualizzazione estrema del corpo, solo un organo mantiene la sua riconoscibilità: il cuore. E’ la sede tradizionale dell’anima, l’origine del sentimento e dell’emozione, il moto iniziale non solo della vita, ma della fantasia, della stessa ispirazione artistica. Tutto parte del cuore, prima di arrivare al cervello.
La sfida estrema è vinta: nelle opere di Muscetra vediamo l’anima davanti ai nostri occhi, e ci sorprendiamo di riconoscerla come tale, di stabilire subito una familiarità con essa come se l’avessimo sempre vista, quando solo un momento prima avremmo creduto che non fosse rappresentabile. Un nuovo, ennesimo prodigio dell’arte.

Vittorio Sgarbi – marzo 2005




Jean-Paul Manganaro

“L’immensa serie dei Cuori, proprio nella superbia della sua ripetitività, riesce a condensare il momento culminante della ricerca di Enrico Muscetra : il cuore diventa allora l’accentrarsi o il condensarsi disperato di un fantasma, di una mancanza o di una assenza su cui non c’è più nulla da dire, tranne costituirne il catalogo. Le tele del cuore non raccontano « storie di cuori », ma dicono il repertorio del suo evento : cuore come porosità, cuore come geografia, cuore allusione - un’impressione, forse un ricordo - cuore contusione, cuore distanza, cuore trasudamento, cuore come ironica plastificazione, cuore insabbiatura, cuore maschera, cuore venatura del mal(essere), cuore come protuberanza, come ottundimento. Ogni scansione di questo catalogo non rinvia a una storia interna o esterna - impersonale eppure in attesa di essere individualizzata -, ma si trattiene proprio sul limite più radente tra l’esterno che ci è dato vedere e la sua internità costituente : materia puramente pittorica, pura fuga e divenire nel colore, al riparo nella sua difformità di forma.”

Jean-Paul Manganaro – marzo 2002



Bronis_Law Chromy

“Un soggetto che ricorre ossessivamente nei lavori di Enrico, ormai tutti lo sappiamo, è il cuore. E in questi cuori che egli dipinge, con famelica brama di luce, si rifrange netto un ardore, una brace primordiale, che solo un fenomeno di fuoco cosmico piu esteso può far suggerire. Questo avviene nello svolgersi incessante di una lotta, di una divaricazione permanente tra ombra e luce, spirito e materia, vita e morte. Sono gli stessi contrasti che albergano nei nostri sentimenti, le stesse zone di luce, le ombre che sembrano essere un eco virtuale del “paradiso perduto”, quelli che Enrico ci fa intravedere. Con un linguaggio pittorico teso a cogliere, da un lato, un’aura di rarefazione interna ad un equilibrio estetico, mentre dall’altro si trattiene radente su un limite: sull’orlo estremo di un invisibile, potenziale minaccia metafisica.”

Bronis_aw Chromy – aprile 2005




Monika Branicka

Conosco Enrico Muscetra da quando vive a Cracovia, città che ama intensamente come la sua natia e barocca Lecce. Ed è forse proprio li, a Lecce, che si trova la sorgente di quella lacerazione emozionale che alimenta e caratterizza un’opera divisa a metà strada tra il dolore e la ricerca ostinata di una bellezza che è già fuggitiva.
Un’opera in cui il cuore è figura centrale, dominante. Un cuore lontano dal tipico, popculturale, zuccheroso simbolo delle fiabe per bambini: un cuore amaro benché luminoso, raggiante.
Le sculture di Muscetra hanno l’apparenza di figure di cera con una cavità per il cuore. Un cuore che non hanno, un cuore strappato. Queste figure sono come negativi di corpi, vuoti oltre il loro involucro. Uomini cavi, fantasmi della corporeità. Figure leggere che si sollevano sulle ali. Perché, come dice Paolo nella Prima lettera ai Corinzi: “Avessi pure il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutte la scienza e avessi anche tutta la fede, tale da trasportare le montagne, se non ho l’amore, io sono un niente.”

Monika Branicka - maggio 2005




Vincenzo Consolo

“E cuor della terra, cuore di fuoco, sole e luna, calore e rigore, muscolo e spirito, vibrazione, palpito, luce e colore, pendolo fiore garofano d’oro è il cuore d’autore, sono il cuori d’un artista che si chiama Muscetra. Vibra il cuore suo, la sua mano, vibrano i colori sulle sue carte, suonano come viole, chitarre, strumenti dalle corde, dai cuori accordati, casse d’armonici suoni, caldi sussurri, sillabe, semi di luce, segni, faville di colore e d’amore, aleph beth daleth… Alfabeto, ritmo, movimento, cuore dell’uomo, impulso del mondo.”

Vincenzo Consolo – “Un sogno mediterraneo” 2001




Luigi Scorrano

“Tornano immagini preferite (in pittura e scultura): revenants nello spazio fisico-formale di "stanze" del cuore, "prigioni del cuore" che sono cuori messi a nudo (e "stanze" e "prigioni" confidano nell'ambivalenza semantica cui li spinge la mancanza dell'articolo: "stanze" come interni domestici o come strofe poetiche; "prigioni" come luoghi di pena o come soggetti imprigionati).
L'assenza ha un colore, una geometria, uno spazio che le conferisce evidenza. II cuore é magma di colore (blu, rosso, argento) in cui s'aprono ferite, varchi, passaggi: muscolo pulsante e materia stellare, meteorite caduto da una celeste materia disfatta (memoria d'assenza!). Le figure del mito parlano di clamorose sconfitte: Icaro é grande nella sua caduta. O tendono ad umanizzarsi in modo da farsi più vicine e frequentabili: cosi la figura dell'angelo che partorisce un cuore…”

Luigi Scorrano – “Voce d’ombra” mostra 2002




Goran Bregovic

Caro Enrico,
tu mi hai offerto gentilmente la storia di Chopin, ricordandomi ch’egli chiedeva che il suo cuore fosse sepolto in Polonia; io te ne mando in ricambio una differente, bella e crudele come i Balcani donde al origine. La storia è questa: Un giovani marito faceva di tutto per accontentare la sua giovane e bella moglie. Ogni giorno lei gli chiedeva un nuovo pegno d’amore ed egli, strenuamente, soddisfaceva ad ogni suo desiderio. Così fino al giorno in cui lei gli chiese che le portasse il cuore di sua madre. Egli tentò di farla riflettere, ma la giovani sposa ripeté ostinatamente che avrebbe creduto veramente nel suo amore e sarebbe stata sua per sempre quando le avesse portato su di un piatto il cuore della madre.
Il giovani marito pianse, esitò, poi una sera decise di esaudire il desiderio della sua amatissima donna.
Rientrando in casa, con il cuore della madre su di un piatto, egli inciampò e, cadendo, udì quel cuore dire:”Povero figlio mio, ti sei fatto male?”
Tempio di comprensione, il cuore è la sola parte di noi stessi che possiede un suo proprio ritmo. Un perfetto strumento che governa la nostra vita e la nostra morte. Che, come la mia musica, punteggia matrimoni e funerali.

Goran Bregovic – “Un sogno mediteraneo” 2001